Perché l’Italia è (quasi) un paradiso fiscale per l’imposta di successione

Perché l’Italia è (quasi) un paradiso fiscale per l’imposta di successione

(e perché nel 2026 diventa una giurisdizione chiave per la pianificazione internazionale)

Quando si parla di paradisi fiscali, l’Italia non è quasi mai citata. Eppure, se si osserva il tema dell’imposta di successione con un approccio tecnico e comparato, il nostro ordinamento si colloca oggi tra i più favorevoli del mondo sviluppato. Aliquote basse, franchigie molto elevate, una base imponibile spesso ridotta per gli immobili e regimi di favore per il passaggio generazionale dell’impresa fanno dell’Italia un caso anomalo nel panorama OCSE.

Questa posizione è destinata a rafforzarsi nel 2026, in un contesto globale caratterizzato da una crescente pressione fiscale sui grandi patrimoni. Mentre molti Paesi anglosassoni ed europei stanno irrigidendo le regole sulle successioni per esigenze di bilancio e redistribuzione, l’Italia mantiene un impianto che premia la famiglia, la continuità d’impresa e la stabilità di lungo periodo.

Per soggetti ad alto patrimonio (HNWI), la scelta della residenza fiscale non riguarda più soltanto l’imposizione sul reddito, ma sempre più la protezione del patrimonio per le generazioni future. È in questo scenario che l’Italia diventa una giurisdizione di elezione, a condizione però di comprendere bene anche i limiti, in particolare il tema della doppia imposizione con Regno Unito e Stati Uniti.

Come funziona l’imposta di successione in Italia

L’imposta di successione italiana è disciplinata dal Testo Unico sulle Successioni e Donazioni (D.Lgs. 346/1990) ed è costruita intorno a due criteri chiave:

  • residenza del defunto al momento del decesso;
  • localizzazione dei beni.

Se il defunto è fiscalmente residente in Italia, l’imposta si applica ai beni ovunque situati (con meccanismi di credito per le imposte estere). Se il defunto non è residente, l’imposta colpisce solo i beni situati in Italia, come immobili, aziende o partecipazioni italiane.

Il tratto distintivo del sistema italiano è però la mitezza del prelievo per il nucleo familiare stretto. Per coniuge e parenti in linea retta (figli, genitori), l’aliquota è pari al 4%, ma si applica solo sulla parte che eccede una franchigia di 1.000.000 di euro per ciascun beneficiario. Questo significa che una famiglia con due figli può trasferire fino a 3 milioni di euro (1 milione per ciascun figlio più la quota del coniuge) con un’imposta nulla o quasi.

Le aliquote aumentano solo per parenti più lontani o soggetti estranei alla famiglia, ma nella grande maggioranza delle pianificazioni patrimoniali internazionali il fulcro è rappresentato proprio dalla linea retta, che beneficia del trattamento più favorevole.

Perché l’Italia è così competitiva: immobili, impresa e strumenti di pianificazione

Il vantaggio italiano non deriva solo dalle aliquote. Un ruolo decisivo è giocato dalla base imponibile.

Per gli immobili, il valore da dichiarare in successione è spesso il valore catastale rivalutato, che nella pratica può essere molto inferiore al valore di mercato. Questo consente di “contenere” l’imponibile e, in molti casi, di rimanere all’interno delle franchigie anche in presenza di immobili di pregio.

A ciò si aggiunge il regime di favore per il passaggio generazionale dell’impresa e delle partecipazioni di controllo. In presenza di determinate condizioni di continuità (in genere mantenimento per almeno cinque anni), il trasferimento a favore di coniuge e discendenti può avvenire in totale esenzione dall’imposta di successione. Per imprenditori e famiglie industriali, questo rende l’Italia particolarmente attrattiva rispetto a molti Paesi OCSE, dove la successione d’impresa è fiscalmente penalizzante.

Nel 2026, inoltre, il quadro normativo italiano appare più razionalizzato e prevedibile rispetto al passato, con una maggiore chiarezza sugli adempimenti, sull’autoliquidazione dell’imposta e sul trattamento di strumenti come i trust. Questo elemento di certezza del diritto è spesso sottovalutato, ma è cruciale per pianificazioni con orizzonti di 20 o 30 anni.

Confronto internazionale: dove l’eredità costa molto di più

Il posizionamento dell’Italia emerge con forza se confrontato con altre giurisdizioni.

In Francia, le aliquote per i figli sono progressive e possono arrivare rapidamente al 45%, con franchigie molto più basse. In Belgio, soprattutto per parenti lontani o soggetti non legati, la tassazione può assumere caratteri quasi espropriativi. In Germania e in Spagna, pur con differenze regionali e strutturali, il carico successorio resta mediamente più elevato rispetto a quello italiano.

Nei sistemi anglosassoni il contrasto è ancora più netto. Nel Regno Unito, l’Inheritance Tax colpisce l’intero patrimonio del defunto con un’aliquota standard del 40% oltre soglie relativamente contenute. Negli Stati Uniti, la Federal Estate Tax applica la stessa aliquota del 40% sulla parte che eccede l’esenzione federale, cui possono sommarsi imposte statali.

In questo scenario, l’Italia è una delle pochissime grandi economie occidentali in cui la tassazione successoria per il nucleo familiare resta stabilmente a una cifra.

Il punto delicato per UK e USA: la doppia imposizione

Definire l’Italia un “paradiso” per l’imposta di successione richiede però una precisazione fondamentale per un pubblico britannico o americano.

Trasferire la residenza fiscale in Italia non cancella automaticamente l’imposta di successione del Paese di origine. Regno Unito e Stati Uniti utilizzano criteri di collegamento diversi da quello italiano: nel caso UK rileva oggi lo status di long-term resident, mentre per gli USA conta la cittadinanza. Il risultato è che un soggetto può trovarsi, almeno per un certo periodo, esposto a due sistemi successori.

Le convenzioni contro la doppia imposizione stipulate dall’Italia con UK e USA evitano che lo stesso bene venga tassato due volte “pienamente”, grazie ai meccanismi di credito d’imposta. Tuttavia, quando l’aliquota estera è molto più elevata (40% contro il 4% italiano), è normalmente quella estera a “dominare” il risultato finale.

Per questo motivo, il trasferimento in Italia va visto come un percorso di pianificazione, non come una soluzione istantanea.

Due esempi pratici (semplificati)

Esempio 1 – Cittadino britannico

Situazione

  • Britannico con patrimonio complessivo €4.000.000
  • Eredi: moglie + 2 figli
  • Si trasferisce in Italia nel 2026 e muore nel 2027

Effetti in Italia

  • Ogni figlio beneficia di una franchigia di €1.000.000
  • Gran parte del patrimonio rientra nelle franchigie
  • Imposta di successione italiana: molto bassa (spesso zero o poche decine di migliaia di euro)

Effetti nel Regno Unito

  • Se il soggetto è ancora considerato “collegato” al Regno Unito (ad esempio come long-term resident), il patrimonio può essere tassato al 40%
  • L’imposta italiana diventa credito, ma non elimina automaticamente il 40% UK

Messaggio chiave

  • L’Italia riduce drasticamente la tassazione italiana
  • Per uscire davvero dal 40% UK servono tempo e pianificazione

Esempio 2 – Cittadino statunitense

Caso A – Patrimonio sotto la soglia federale

  • Patrimonio: $10.000.000
  • Residente in Italia
  • Eredi: 2 figli

Risultato:

  • USA: in molti casi estate tax federale pari a zero
  • Italia: imposta di successione molto contenuta

Caso B – Patrimonio sopra la soglia federale

  • Patrimonio: $25.000.000

Risultato:

  • USA: la parte eccedente la soglia è tassata al 40%
  • Italia: applica franchigie e aliquote basse
  • I crediti evitano la doppia imposizione piena, ma la tassa USA resta il fattore dominante

Messaggio chiave

  • L’Italia non cancella l’IRS
  • Ma evita un secondo strato impositivo pesante e rende efficiente la parte europea del patrimonio

Perché ha comunque senso pianificare in Italia nel 2026

Nonostante i limiti evidenziati per UK e USA, radicare la pianificazione in Italia offre vantaggi strutturali: bassa tassazione domestica, protezione della famiglia, esenzione per il passaggio d’impresa, valori catastali favorevoli e un sistema sempre più chiaro e stabile. A questo si aggiungono regimi fiscali attrattivi per nuovi residenti ad alto patrimonio, che completano il quadro di competitività.

Conclusione

L’Italia non è un paradiso fiscale in senso classico. È però, sempre più chiaramente, una giurisdizione di sicurezza per la pianificazione successoria internazionale. Nel 2026, per chi pianifica con anticipo e con un approccio professionale, trasferire la residenza in Italia può tradursi in un risparmio successorio strutturale per l’intera famiglia. A condizione, però, di affrontare con realismo il tema della doppia imposizione e di costruire la strategia insieme a consulenti che conoscano a fondo sia il sistema italiano sia quelli anglosassoni.

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